Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Ricorda le sorelle Mirabal, tre donne dominicane – “Las Mariposas” – rapite, torturate e uccise nel
1960 per essersi opposte al regime di Rafael Trujillo.
La violenza ha molte facce: fisica, verbale, psicologica. E a volte, quella che non lascia lividi è la
più profonda. Scava solchi invisibili, crea voragini in cui perdersi è fin troppo facile.
Quando le ferite dell’anima nascono nell’infanzia, tutto diventa più fragile. Crescere in un ambiente
dove l’amore e il dolore si confondono genera un vuoto che diventa identità. Una bambina non
ascoltata, non vista, non accolta, rischia di diventare una donna insicura, convinta che l’amore vada
meritato.
Le bambine con un attaccamento insicuro spesso diventano donne che cercano salvezza nell’altro.
Restano in relazioni malsane, si sacrificano, si annullano, nella speranza di essere finalmente scelte.
È sopravvivenza: una risposta automatica al non sentirsi mai abbastanza.
Ma l’amore non è questo. Non è rincorrere chi ci ferisce, né tentare di guarire chi si nutre della
nostra luce. Eppure, è proprio da queste ferite che i manipolatori e i narcisisti traggono forza. Si
alimentano di chi, pur di essere amata, si dona fino a svuotarsi.
Quando una donna diventa consapevole e sceglie di uscire da una relazione tossica, non sempre
trova la libertà. A volte paga con la vita. Resta il silenzio dopo un grido. Il suono dei vetri infranti.
Il colpo secco di una pistola.
“Se non puoi essere mia, non sarai di nessun altro.”
Ma altre volte si sopravvive.
A volte una mano arriva, come un’ala d’angelo, a sollevarci dal peso del mondo. Terapia, ascolto,
autocompassione. Sono questi gli strumenti della rinascita.
Diventare consapevoli è il primo passo. Il secondo è l’abbraccio: ritrovare il calore di casa,
permettersi di essere figlie, madri, donne.
Perché l’amore non è un premio da vincere. È una coperta in cui lasciarsi avvolgere.
È la libertà di sentirsi intere, finalmente.
Giulia Visioli, Autrice
